Andisheh Bagherzadeh

 

intervista a cura di Serena Trinchero

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1 – Hai un linguaggio artistico molto vario che spazia dalla pittura, con l’utilizzo di materiali inusuali, fino alla performance. Quale è stato il tuo percorso artistico?
Ho iniziato la mia formazione in Iran presso l’Accademia di Belle Arti di Teheran, dove mi sono avvicinato a molti media come scultura, pittura e fotografia analogica. A questa esperienza sono seguiti due anni a Cipro dove invece ho lavorato molto sui materiali (ferro, argilla, pietra) con un’ottica di continua variazione di metodologie e tecniche. Mentre in Italia, all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove sono iscritto al biennio di scultura, mi sto concentrando su come affrontare al meglio un progetto: lavoro sui concetti e su come trovare un rapporto con un media che sia utile alla sua realizzazione. Sempre di più mi rendo conto che il materiale può essere limitante e così scelgo materiali poco costosi, spesso la carta, per poter lavorare a livello ambientale.

2 – “Trova l’intruso” gioca su concetti quali appartenenza ed estraneità a livello visuale e sociale. Questa riflessione parte dal tuo vissuto personale?
Certamente l’opera mette in campo una ricerca personale che ha un forte riflesso anche in ambito globale. Sono nato e cresciuto in Iran, poi ho vissuto a Cipro e ora sono in Italia. Sono sempre riuscito a integrarmi, ma penso che sia legato al fatto di essere giovane e anche per questo motivo  negli ultimi anni ho iniziato a sentire la necessità di indagare le mie radici. Ho l’impressione che questa condizione di mezzo in cui mi trovo sia diventata una nazionalità in sé, una specie di limbo difficile da identificare e per questo poco accettabile.
Ho affrontato queste tematiche che riguardano l’identità e la sua formazione anche in occasione della  mia ricerca di tesi, dal titolo “Il purgatorio del migrante”, dove grazie a racconti e interviste a immigrati e ai loro figli emerge questa nuova cultura. Il punto di partenza della mia ricerca è stato il libro di Michael Paraskos, “Rigeneration”, rilegge il fare arte alla luce dei cambiamenti socio-politici degli ultimi anni. Nella sua analisi Paraskos si interessa anche del concetto di “arte nazionale”, una categorizzazione su cui ancora si basano grandi manifestazioni come la Biennale di Venezia. Mi sono dunque domandato che tipo di arte fosse la mia: iraniana? italiana? cipriota? Ma forse la risposta è che la mia arte non può far altro che rappresentare quello che sono, ovvero un ibrido sia formale che simbolico.

3 – Nel descrivere “Trova l’intruso” affermi: “Più l’intruso si avvicina allo “status” di autoctono più aumenta l’intensità del contrasto”. Potresti commentarmi questa frase?
Per potersi integrare le persone hanno bisogno di passare attraverso molte difficoltà e passaggi, è un continuo processo per potersi conquistare uno status, la nazionalità italiana ad esempio: un diritto che va guadagnato. Eppure grazie alle mie ricerche ho capito che le seconde generazioni sono spesso quelle che vivono con più difficoltà questa situazione. Questi ragazzi sono spesso sono fortemente nazionalisti, molto attaccati al loro essere Italiani, ma sono ancora vissuti come un corpo estraneo dalla società.

4 – Che valore ha  il gioco all’interno della tua poetica?
In “Trova l’intruso”  l’elemento dell’ironia permette di mettere in luce la semplicità dei concetti. L’ironia mi piace perché è dirompente e fa emergere cose molto semplici in maniera forte e nuova.  In questo progetto l’ispirazione deriva dal gioco di enigmistica e da Where’s Waldo?, un famoso libro in cui si richiede di trovare un personaggio all’interno di una scena complessa. In entrambi i casi si attua un tipo di iterazione tra immagine e spettatore che mi pareva particolarmente adatto al mio progetto. Mi intriga quella sensazione che si prova non appena l’intruso è stato trovato: che cosa cambia nella visione totale dell’immagine? Essere individuato corrisponde a essere integrato?

5 – Mi pare che nelle tue opere sia sempre latente un contrasto tra uomo e ambiente. In che modo metti in relazione lo spazio e i tuoi uomini di carta?
Il progetto ”Trova l’intruso” affronta la questione dell’immigrazione attraverso il rapporto tra un corpo estraneo e l’ambiente circostante. Anche dal punto di vista formale “Trova l’intruso”  è un’opera che sviluppa diversi rapporti con lo spazio. Esiste un catalogo fotografico, dove le figure di carta sono inserite in diversi contesti; ma esiste anche una versione installativa, come quella che presento a L’Appartamento che gioca direttamente con lo spazio vissuto dallo spettatore. Il catalogo ha un rapporto più esplicito con il gioco di enigmistica e stimola reazioni diverse. Ogni immagine è stata scattata in un luogo diverso, dalla campagna alla città; spazi aperti dove i miei omini di carta si possono perdere e allo stesso tempo risultano estremamente riconoscibili per le loro fattezze e i loro colori.

6 – Stai già lavorando ad un nuovo progetto? Vuoi parlarcene?
Attualmente sto lavorando a diversi progetti sia per una mostra all’Orto Botanico di Firenze che ad una performance che per la prima volta mi vedrà protagonista. Continuo anche in queste nuove produzioni a lavorare sul concetto di identità, nazionalità talvolta prendendo spunto dai fatti di cronaca, come la situazione di Lampedusa. Sono curioso di vedere se le mie opere saranno capaci di far emergere nuove criticità e nuovi spunti di riflessione.

 

www.andishehbagherzadeh.com

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